Italian Sounding

ITALIAN SOUNDING e tutela dell’agroalimentare made in Italy

ITALIAN SOUNDING e tutela dell’agroalimentare made in Italy

I prodotti alimentari made in Italy rappresentano un tassello fondamentale della nostra economia e contribuiscono in modo considerevole al flusso delle esportazioni nazionali. Tuttavia, nei supermercati di tutto il mondo, per ogni prodotto autenticamente italiano ne esistono diversi che contrabbandano false origini, andando a sfruttare immagini, denominazioni e marche che “suonano” come italiane.

Il fenomeno in esame si chiama Italian Sounding e consiste nel dare un’immagine italiana ad un prodotto agroalimentare di qualità che in realtà non è italiano; da un punto di vista pratico, si realizza tramite l’utilizzo, sulle confezioni di beni prodotti all’estero, di parole italiane, immagini (come ad esempio il Colosseo, la Torre di Pisa etc…), colori ed espressioni fuorvianti  che richiamano in modo palese la provenienza italiana di un prodotto; in tal modo, i consumatori esteri vengono indotti in errore circa l’origine di tali prodotti. Questi comportamenti sono spesso considerati leciti nei Paesi esteri interessati dal fenomeno, (come gli Stati Uniti) e, pertanto, sono difficilmente perseguibili e sanzionabili legalmente. A rafforzare la decettività dei messaggi, spesso le etichette vengono caratterizzate da un richiamo geografico a noti luoghi italiani, accompagnandolo, nella parte descrittiva, ad espressioni quali “genere”, “stile..”, “secondo la tradizione..”, “secondo la ricetta tipica..”.

Italian Sounding

Da un punto di vista giuridico, l’ Italian Sounding si differenzia dalla contraffazione; quest’ultima, infatti,  riguarda prevalentemente illeciti relativi alla violazione del marchio registrato, delle denominazioni di origine (DOP, IGP, ecc.), del logo, del design, del copyright, fino ad arrivare alla contraffazione del prodotto stesso, con implicazioni di carattere produttivo e notevoli difficoltà nella tracciabilità della filiera che determinano conseguenze gravi legate all’uso di ingredienti nocivi per la salute ovvero al ricorso di procedure di produzione e/o conservazione non idonee. Se la contraffazione può essere legalmente impugnabile e sanzionabile, la stessa cosa non vale per l’ Italian Sounding; quest’ultimo, a differenza della contraffazione, si sostanzia pertanto in un fenomeno meramente evocativo, in un richiamo alla presunta italianità del prodotto che non trova fondamento nel prodotto stesso e che induce il consumatore ad associare erroneamente il prodotto locale a quello autentico italiano. I prodotti italiani più colpiti sono: formaggi, in particolare quelli tipici, pasta, alimentare e fresca, sughi per pasta, pomodori pelati e conserve di pomodori, olio d’oliva, aceti, salumi e affettati, vino, aceto balsamico, pizze surgelate fino alla polenta. Tra i più famosi esempi di Italian Sounding abbiamo Parmesan, che imita il Parmigiano Reggiano, Mozarella, che viene falsamente veicolata come mozzarella di bufala, Salsa Pomarola, venduta in argentina, Zottarella prodotta in Germania, e Spagheroni olandesi.

Un punto fondamentale nella lotta al fenomeno dell’ Italian Sounding è stato ottenuto in UE quando, nel dicembre 2014, è divenuto applicabile il nuovo Regolamento UE 1169/2011 sull’informazione al consumatore, grazie al quale è possibile implementare una più efficace azione di contrasto.  La normativa stabilisce che l’indicazione d’origine dell’alimento debba essere obbligatoriamente apposta in etichetta nel caso in cui “l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza“.

In Italia, per combattere il fenomeno dell’Italian Sounding, Federalimentare è stata direttamente impegnata su numerosi tavoli di lavoro e ha preso parte a molteplici iniziative in stretto coordinamento con Ministeri, Istituzioni, ed Enti pubblici e privati. In diverse occasioni Federalimentare ha presentato una proposta articolata in 4 punti sostanziali:

  • potenziamento degli strumenti normativi e costituzione di una rete di studi legali di riferimento a carico dell’Amministrazione Pubblica;
  • inserimento di clausole a tutela dei prodotti (quali, ad esempio, marchi, Denominazioni di Origine e Indicazioni Geografiche) all’interno degli accordi bilaterali di libero scambio, nonché clausole che vietino l’evocazione;
  • potenziamento della partecipazione a manifestazioni fieristiche e rafforzamento delle relazioni con i principali attori della GDO al fine di garantire l’ingresso e la permanenza sui mercati esteri di prodotti autenticamente italiani;
  • realizzazione di campagne di informazione e comunicazione, nonché eventi divulgativi finalizzati a promuovere il vero valore del prodotto “realmente” made in Italy ed incrementare la tutela del consumatore finale.
Italian Sounding

Sempre in Italia, un’altra iniziativa importante nell’ambito del contrasto al fenomeno è  l’App Authentico che, tramite la scansione del codice a barre presente sulla confezione, permette di sapere istantaneamente se il prodotto è autentico Made in Italy o se si tratta di una banale imitazione. Questo strumento, completamente gratuito, fornisce inoltre informazioni sulla provenienza, il  produttore, i punti vendita e, nel caso di un falso Made in Italy, consente di inviare un’opportuna segnalazione agli altri utenti al fine di evitare il reiterarsi dell’inganno.

Tutelare l’italianità richiede pertanto una politica di ampie vedute che valorizzi le risorse e la capacità attrattiva del nostro Paese e promuova un approccio sinergico basato su collaborazioni strette e operative tra istituzioni pubbliche, mondo associazionistico e soggetti privati. Come Federalimentare, infatti, anche il resto delle autorità di controllo come delle associazioni dei consumatori hanno il diritto e il dovere di impegnarsi in adeguate iniziative volte a veicolare i pregi dell’italianità agroalimentare e riducendo, in tal modo, la distorsione del concetto di “prodotto italiano” e di “cucina italiana”, contrastando la conseguente perdita di immagine della nostra cultura eno-gastronomica nel modo.

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PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI (PAT)

PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI
(PAT)

Vengono definiti PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) i prodotti agroalimentari caratteristici di un territorio e che, alla luce di una produzione tradizionale locale, consolidata e costante, meritano di trovare una valorizzazione sul mercato. Parliamo di produzioni di nicchia, riguardanti aree geografiche limitate, caratterizzate da un’offerta tendenzialmente stagionale e che non hanno una forza tale da entrare nei circuiti della grande distribuzione.

 

I PAT  vengono istituiti ai sensi dell’ art. 8, comma 1 del D.lgs n.173 del 1998, il quale sancisce l’importanza della valorizzazione del patrimonio gastronomico ed introduce la nozione di prodotto tradizionale quale tipologia di prodotto destinato alla dieta umana e strettamente condizionato da fattori come la tradizione, il territorio, le materie prime e le tecniche di produzione; la denominazione PAT, in altri termini, offre al consumatore garanzie in termini di tipicità del prodotto, legandone la produzione e lavorazione alle specifiche metodiche tradizionali. Nel 1999, il MiPAAF, con il DM n.350 del 08/09/99 ha emanato il Regolamento recante le norme per l’individuazione dei prodotti agroalimentari tradizionali di cui all’art.8 del D.lgs n.173 del 1998 e ha delegato alle regioni il compito di istituire appositi elenchi regionali, limitandosi, pertanto, ad un’attività di solo controllo (mediante l’istituzione di un apposito elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali e aggiornato annualmente con il contributo delle regioni).

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Requisito fondamentale per un prodotto al fine di essere riconosciuto come Prodotto Agroalimentare tradizionale (PAT) è quella di essere ottenuto “ con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo, omogenei per tutto il territorio interessato, secondo regole tradizionali, per un periodo non inferiore ai venticinque anni ”.

 

Comune a livello nazionale, è la suddivisione dei prodotti agroalimentari tradizionali nei seguenti settori:

  • Bevande analcoliche, distillati e liquori
  • Carni (e frattaglie) fresche e loro preparazioni
  • Condimenti
  • Formaggi
  • Grassi (burro, margarina e oli)
  • Paste fresche e prodotti di panetteria, pasticceria, biscotteria e confetteria
  • Piatti composti

Per ciascun prodotto tradizionale viene compilata una scheda identificativa con i seguenti elementi:

  • categoria;
  • nome del prodotto, compresi sinonimi e termini dialettali;
  • territorio interessato alla produzione;
  • descrizione sintetica del prodotto;
  • descrizione delle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura;
  • materiali, attrezzature specifiche utilizzati per la preparazione e il condizionamento;
  • descrizione dei locali di lavorazione, conservazione e stagionatura;
  • elementi che comprovino che le metodiche siano state praticate in maniera omogenea e secondo regole tradizionali per un periodo non inferiore ai 25 anni.
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La richiesta di riconoscimento di un prodotto come tradizionale e il relativo inserimento nell’elenco regionale, può essere inoltrata da enti pubblici e privati, purché corredata da apposita documentazione storica e tecnica.

 

Per quanto concerne la registrazione, il Decreto Ministeriale 18 luglio 2000 intitolato “ Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali ” in base al dettato dell’art. 5 stabilisce che “ il nome di ciascun prodotto, il suo eventuale sinonimo o termine dialettale non può costituire oggetto di deposito o di richiesta di registrazione, ai sensi della vigente normativa comunitaria e nazionale sulla proprietà intellettuale e industriale, a decorrere dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ”.  Rimane, tuttavia, da chiarire la gestione di eventuali marchi che contraddistinguono prodotti inseriti negli appositi elenchi regionali ma che sono stati oggetto di regolare registrazione prima della pubblicazione del Decreto Ministeriale in questione.

 

La legislazione inerente i prodotti agroalimentari tradizionali non deve essere confusa con quella inerente la tutela delle varie specialità gastronomiche che  rientrano sotto le produzioni DOP e IGP. Il regolamento comunitario sulle denominazioni d’origine (Reg. CEE del Consiglio 2081/92 del 14/.07.92), infatti, rimane sempre il principale quadro giuridico di riferimento  per la valorizzazione dei grandi prodotti tipici italiani e per tutte le iniziative di espansione e promozione delle produzioni agroalimentari mediterranee. La normativa sui PAT, invece, va a tutelare quel complesso e variegato mondo di produzioni tradizionali caratterizzate da elementi difficilmente assoggettabili ai parametri comunitari, frutto del lavoro di micro filiere di piccola dimensione e il cui processo produttivo non consente di riunire i produttori in veri e propri consorzi. Alla luce di quanto appena esposto, quindi, i prodotti tutelati come DOP e IGP non vanno inseriti nei vari elenchi regionali PAT e qualora un prodotto venga registrato come tale successivamente al suo inserimento nell’elenco i questione, verrà da quest’ultimo depennato.

 

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit

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STANDARD ESSENTIAL PATENT (SEPs)

Standardizzazione tecnologica & Profili antitrust

Come ben sappiamo, per essere brevettabili, le innovazioni devono presentare un “carattere tecnico” o per essere più precisi, un “insegnamento tecnico”, cioè un’istruzione indirizzata a risolvere un particolare problema di natura tecnica. Ma quando ci si confronta con il panorama delle tecnologie attuali, tracciare la linea di confine, tra ciò che è brevettabile e non, risulta normativamente complesso; come, ad esempio, nel caso del software generalmente ritenuto non brevettabile perché considerato come prodotto della programmazione, quest’ultima assimilata di fatto ad un’attività intellettuale. Ed alla luce di queste difficoltà che l’Ufficio Europeo dei Brevetti ha introdotto il concetto di “Computer-Implemented Inventions”, ovvero di invenzioni la cui implementazione implica l’utilizzo di un computer o altro mezzo programmabile. Negli anni, la giurisprudenza dell’Ufficio Brevetti Europeo ha fornito diverse linee guida sulla brevettabilità dei software (T208/84; T1173/97; T914/02), i quali ad oggi sono considerati brevettabili a condizione che offrano una nuova soluzione inventiva ad un problema tecnico, utilizzante specifici mezzi tecnici ed offrendo, in tal modo, un contributo sostanziale rispetto allo stato dell’arte.

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Lo scenario descritto sembra, a tutti gli effetti, la futura frontiera dello sviluppo industriale; il mondo delle imprese è oramai orientato a concentrare i propri sforzi di investimento e ricerca negli ambiti sopracitati, tendenza testimoniata già dall’alto numero di brevetti depositati. Molti di questi rientreranno probabilmente tra i cosiddetti “SEPs” ossia Standard Essential Patents; parliamo cioè di brevetti ritenuti indispensabili in specifici ambiti produttivi, dove lo sfruttamento di determinate tecnologie è prerequisito essenziale per l’implementazione di specifici dispositivi (es: smartphone, tablet etc…), in virtù di determinati motivi di interoperatività. Gli Standard Essential Patent possono essere determinati in base al settore merceologico di riferimento (de facto standard) oppure essere sviluppati da appositi organismi di normalizzazione (de jure standard). Ad ogni modo, al fine di evitare situazioni di monopolio da parte dei titolari di un SEPs e la creazione di barriere di accesso ai mercati, suddetti brevetti verranno ottenuti dietro pagamento di royalties, ovvero dovranno essere oggetto di licenze a condizioni eque, rispettando così il regime dei “FRAND” (Fair, Reasonable And Non-Discriminatory). Qualora il titolare del brevetto attivi rimedi di tipo inibitorio, non concedendolo in licenza, incorre in una condizione di violazione degli impegni assunti in sede di standardizzazione ed il suo comportamento andrà a configurare un inadempimento verso un obbligo assunto nei confronti delle organizzazioni di normalizzazione ovvero degli altri partecipanti; in questa prospettiva, la clausola FRAND diventa, pertanto, il requisito essenziale affinché gli accordi di standardizzazione tecnologica siano aperti a tutti gli operatori del mercato e, da un punto di vista della proprietà intellettuale, viene intesa come una “rinuncia al diritto” di impedire che altri si servano dell’invenzione brevettata, a condizione che il titolare stesso ottenga un ritorno economico adeguato.

 

Da quanto appena esposto possiamo ben comprendere come l’ambito della standardizzazione tecnologica presenta rilevanti intrecci tra la disciplina della proprietà intellettuale e la possibile rilevanza ai fini dell’applicazione della normativa antitrust. Il titolare di un brevetto essenziale, infatti, detiene gli strumenti per escludere potenziali concorrenti dal mercato, ridurre l’offerta, imporre licenze gravose, determinando esosi aumenti di prezzi sui consumatori finali; tuttavia egli è anche titolare di un diritto di uso esclusivo con la conseguente possibilità di ricorrere alla tutela inibitoria in caso di violazione. Il dibattito che ne è scaturito su questo tema riguarda, soprattutto, le condizioni alle quali il ricorso al rimedio inibitorio possa costituire un abuso ai sensi dell’articolo 102 TFUE. Con la sentenza Huawei del 16 luglio 2015 (causa C-170/13), la Corte di Giustizia UE ha stabilito che il titolare di un SEPs che si sia impegnato a concedere a terzi una licenza a condizioni FRAND, prima di esperie un’azione inibitoria nei confronti di un presunto contraffattore ed al fine di evitare un abuso di posizione dominante, è tenuto ad avvertire il presunto contraffattore della violazione addebitata e, dopo che quest’ultimo abbia confermato la volontà di stipulare una licenza a condizioni FRAND, a formulare una proposta di licenza alle suddette condizioni; l’utilizzatore, da canto suo, deve dare seguito a tale proposta con diligenza e buone fede, ovvero fornire una controfferta dettagliata senza utilizzare tattiche dilatorie.

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Di orientamento decisamente più favorevole al titolare del SEPs, si è mostrata la Corte suprema tedesca (BGH) nella decisione Orange Book Standard (6 maggio 2009); in quest’occasione, si è stabilito che l’abuso di posizione dominante sussiste solo nel caso in cui l’utilizzatore effettui un’offerta incondizionata al titolare del SEP per la conclusione del contratto di licenza e, contestualmente, vada ad adempiere anticipatamente alle proprie obbligazioni derivanti da suddetto futuro accordo. A seguito della pronuncia Orange Book, la giurisprudenza tedesca ha affermato che, affinché la proposta del licenziatario sia “incondizionata e irrevocabile” quest’ultimo deve rinunciare a contestare la validità, il carattere essenziale o la contraffazione del brevetto (Causa GPRS-Zwangslizenz, 7 O 122/11, 9 dicembre 2011).

Il 29 novembre 2017, la Commissione Europea ha emanato una serie di misure volte a migliorare la tutela della proprietà intellettuale dei SEPs, cercando di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi dei titolari dei brevetti e gli utilizzatori degli stessi; in particolare, la Commissione, attraverso specifica comunicazione (COM 2017/712 FINAL – Setting out the EU approach to Standard Essential Patents),  fornisce orientamenti e raccomandazioni per un sistema trasparente ed equilibrato che permetta agli utilizzatori deiSEPs un accesso alle tecnologie basato su precise regole inerenti le licenze e, contestualmente, ai titolari degli stessi brevetti essenziali il diritto ad essere remunerati per gli investimenti fatti in R&S e per le attività di normalizzazione. Nello specifico, al fine di mitigare tali interessi divergenti, la comunicazione definisce alcuni principi di valutazione dei SEPs che legano i termini di licenza e la valutazione FRAND ad una chiara analisi del valore economico della tecnologia brevettata, indipendentemente dal successo di mercato del prodotto.

 

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit

BREVETTI, BIOTECNOLOGIA & QUESTIONI ETICHE

BREVETTI, BIOTECNOLOGIA & QUESTIONI ETICHE

BREVETTI, BIOTECNOLOGIA & QUESTIONI ETICHE

Quando si parla di biotecnologia si fa riferimento ad un’ampia gamma di tecniche che fanno uso di organismi viventi; in particolare, richiamando la Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro del 5 giugno 1992:

«Biotechnology means any technological application that uses biological systems, living organisms, or derivates thereof, to make or modify products or processes for specific use».

In altri termini le biotecnologie riguardano tutte quelle tecniche che utilizzano o causano mutamenti organici in un materiale biologico, in microrganismi, piante o animali, oppure causano mutamenti in materiali inorganici, usando mezzi biologici. Attualmente l’industria biotecnologica e farmaceutica rappresenta uno scenario caratterizzato da grandi investimenti nel campo della ricerca e della scienza; al fine di tutelare i risultati di tali lavori, l’ordinamento giuridico predispone un sistema di protezione basato sulla privativa brevettuale, che garantisce all’inventore un diritto di esclusiva sul trovato biotecnologico.

Entrando nello specifico, per brevetto biologico si intende quello inerente un’invenzione di tipo biologico, riguardante, ad esempio, una specifica composizione di materia oppure un preciso procedimento per ottenere una sequenza genetica; in altri termini non parliamo di un diritto di proprietà legato ad uno specifico asset tangibile, come può essere una sequenza di DNA, bensì una tutela monopolistica sull’utilizzo di un’invenzione relativa a un prodotto o processo. Ed è pertanto alla luce di tali premesse che uno dei dibattiti più accesi sull’argomento riguarda, appunto, la possibilità di estendere la tutela brevettuale anche ad una sostanza biologica naturale in sé,a prescindere da eventuali specifici procedi mentiassociati.

Uno dei contributi legislativi decisivi, da questo punto di vista, proviene dagli Stati Uniti d’America, con il caso del 1980 Diamond vs Chakrabarty, circa la possibile brevettabilità di un microrganismo non esistente in natura e prodotto tramite l’ingegneria genetica. In particolare, la Corte stabilì che fosse suscettibile di brevettazione «anything under the sun made by man», identificando l’intervento umano come l’elemento chiave per distinguere le invenzioni brevettabili dai non brevettabili «principles of nature and natural phenomena». A partire da quella decisione, negli Stati Uniti furono concessi, negli anni a seguire, molteplici brevetti relativi ad invenzioni basate su materiali o informazioni genetiche. Nel 2001, il Patent and Trademark Office statunitense ha pubblicato le Utility Examination Guidelines, nelle quali viene confermata la posizione per cui le invenzioni basate sui geni sono brevettabili a condizione che si riscontri un intervento umano sufficiente a soddisfare lo standard «made by man» dettato nella decisione Chakrabarty.

BREVETTI, BIOTECNOLOGIA & QUESTIONI ETICHE

Al di fuori degli Stati Uniti d’America, si è registrata una maggiore opposizione alla brevettabilità del materiale genetico. In Europa, questa opposizione ha fatto sì che alcuni Paesi abbiano escluso o circoscritto la brevettabilità dei geni esistenti in natura. Ad ogni modo, nel 1998 l’Unione Europea ha adottato una direttiva sulle invenzioni biotecnologiche (Direttiva n. 98/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 luglio 1998 sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche). Ispirandosi al principio di armonizzazione ex ’art. 100del Trattato UE e presentando un preambolo costituito da 56 “considerando”, suddetta direttiva parte dal presupposto che la biotecnologia sta acquisendo un ruolo sempre maggiore in una vasta gamma di attività industriali e che la protezione delle relative invenzioni possa assumere un’importanza fondamentale per lo sviluppo industriale della Comunità. Sistema di protezione che, ad oggi, risulta tuttavia essere caratterizzato da profonde divergenze legislative tra i vari Stati membri; tali disparità creano ostacoli agli scambi e costituiscono quindi un impedimento al funzionamento del mercato interno, in aperto contrasto con i principi espressi dal Trattato UE. A rafforzare la posizione espressa attraverso suddetta direttiva, fondamentale è anche il richiamo agli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio e contenuti nel TRIPs, il quale prevede che la tutela brevettuale per prodotti e procedimenti sia garantita in tutti i campi della tecnologia; non da ultimo, si sottolineano alcuni gap normativi in ambito europeo come la mancanza di divieti o esclusioni di principio in ordine alla materia della brevettabilità del materiale biologico nelle norme che regolano il diritto europeo dei brevetti, come la Convenzione di Monaco. Per quanto concerne nel dettaglio l’oggetto ed i limiti della brevettabilità, la direttiva prevede sostanzialmente che:

  1. una sequenza di DNA, un gene, sia brevettabile se viene descritta la sua applicabilità industriale o la sua utilità;
  2. un materiale isolato dall’uomo, come per esempio un gene, può essere oggetto di brevetto, così come una molecola pre-esistente in natura e di cui sia stato scoperto un metodo di isolamento;
  3. nel rispetto dei principi etici, è vietata la brevettazione di procedimenti di clonazione degli esseri umani, di modificazione dell’identità genetica degli animali e dell’uomo, a meno che, negli animali non siano accompagnati da un sostanziale beneficio di tipo medico per l’uomo.

Da quanto appena esposto, possiamo ben comprendere come la biotecnologia, in tutte le sue declinazioni, se da un lato apre le porte a sempre nuovi percorsi di miglioramento della vita umana, dall’altro solleva spinose questioni morali e bioetiche; ed in questo scenario, il sistema brevettuale si pone come anello di congiunzione tra la scienza e il diritto, cercando di mitigare i possibili conflitti tra il diritto della privativa e la salvaguardia dell’interesse pubblico, tra il diritto alla ricerca e l’innovazione ed il diritto alla salute.

BREVETTI, BIOTECNOLOGIA & QUESTIONI ETICHE

Emblematica, da questo punto di vista, è la politica brevettuale dell’India, paese tra i principali produttori di versioni generiche a basso costo di farmaci e che, da tempo, ha adottato una legislazione molto restrittiva sulla brevettabilità di nuovi farmaci. Da molti considerata di portata storica è la sentenza della Corte Suprema Indiana, nel Caso Glivec, la quale, dopo una lunga battaglia legale, ha respinto il ricorso del colosso farmaceutico svizzero Novartis per il riconoscimento del brevetto di una forma modificata del farmaco oncologico Imatinib mesilato, commercializzato per l’appunto  con il nome Glivec; in tal modo si è vietata l’opportunità di “revisionare” un prodotto già esistente da tempo, evitandone la reintroduzione sul mercato come prodotto innovativo e garantendo la permanenza del generico al prezzo di 175 dollari al mese a fronte dei 2600 dollari del Glivec. La Corte ha giustificato la sua decisione affermando che la Novartis ha messo in atto una pratica nota come “evergreening”, consistente, per l’appunto, nel “rinverdire” un prodotto già esistente e ottenere un nuovo brevetto, continuando così a commercializzare il farmaco in regime di monopolio. La sentenza Glivec ha aperto la strada a nuove decisioni in tal senso, come quella sul farmaco Herceptin, strumento efficace nella lotta ad alcune forme aggressive di cancro al seno; anche in questo caso, il governo indiano ha minacciato di consentire la produzione di versioni di Herceptin generiche e meno costose. Oltre alla tutela della crescente industria locale di generici, i contenziosi appena esposti vengono da molti inquadrati all’interno di una più ampia stagione politica volta a rendere i farmaci a prezzi accessibili per le persone più povere del mondo; obiettivo che vuole essere raggiunto soprattutto attraverso l’implementazione di una legislazione molto più severa su quello che deve o meno essere brevettato. Lungo la scia delle iniziative indiane, anche altri paesi, come il Brasile, l’Indonesia e le Filippine hanno recentemente adottato leggi simili. Degna di nota, in tal senso, è la modifica della Legge brasiliana di Proprietà Industriale, volta ad includere l’art. 229-C, il quale stabilisce che la concessione dei brevetti per prodotti e procedimenti farmaceutici dipenderà dall’approvazione dell’ente ANVISA (Agenzia Nazionale per la Tutela della Salute);inoltre l’ufficio brevetti brasiliano, ponendosi in linea con quanto previsto nella “Dichiarazione di Doha” del 2001 in forza della quale gli accordi globali sui brevetti non devono sovrapporsi agli interessi di salute pubblica, ha respinto la richiesta di brevetto presentata dalla Gilead per il farmaco Tenofivir Disoproxil Fumurate (TDF), mirando in tal modo ad aumentare l’accesso ad un farmaco chiave contro l’HIV/AIDS in molti paesi in via di sviluppo.

 

With thank to De Tullio&Partners.

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit

BLOCKCHAIN & IP

BLOCKCHAIN & IP

BLOCKCHAIN & IP

Il concetto di tecnologia blockchain, introdotto per la prima volta nel 2008 dallo pseudonimo Satoshi Nakamoto, si riferisce alla possibilità di creare un database condiviso e trasparente, in grado di registrare e tracciare transazioni e risorse; inizialmente sviluppato per gestire ed avere prova degli scambi avvenuti tramite bitcoin, ovvero una valuta digitale basata sulla crittografia (criptovaluta), la blockchain è una tecnologia capace di un impatto rivoluzionario su diversi settori.

La blochchain funge da registro pubblico e condiviso che si aggiorna automaticamente; questa specie di libro contabile consente agli operatori del network di: archiviare e trasferire informazioni sotto un elevato grado di certezza grazie all’utilizzo di un algoritmo; avere copia pubblica e aggiornata, in tempo reale, dei dati grazie ad una sincronizzazione delle informazioni; garantire e tracciare l’identità digitale del soggetto  che autorizza gli scambi. I vantaggi della tecnologia blockchain sono molteplici: digitalizzazione di documenti, valute e contratti, in quanto tutto si trasforma in codice, senza tuttavia perdere concretezza, favorendo così una facilità dei trasferimenti di valore a prescindere dall’ubicazione geografica dei soggetti; integrità e sicurezza degli scambi che vengono validati, confermati e annotati all’interno di un registro unico, pubblico e universale, senza la necessità di intermediazioni di broker o agenti; assenza di una plancia di comando che permette una gestione delle transazioni non centralizzata, bensì basata su di un “network peer-to-peer”  che risulta essere meno governabile dall’alto e meno attaccabile;  implementazione di un sistema di trustless asset management che permette il superamento del modello monetario e del commercio elettronico basato sulla fiducia; disintermediazione dei modelli monetari, finanziari e commerciali fondati sulla fiducia a terze parti; irrevocabilità delle transazioni che ne rende più accurata la relativa traccia.

La blockchain, oltre l’ambito delle criptovalute, può essere usata per registrare e certificare ogni tipo di contenuto digitale (testo, immagine, fotografia, video ed altro), garantendo la “paternità” dell’opera sia dal punto di vista della creazione, sia in fase di registrazione che in un possibile giudizio in tribunale. In riferimento ad un’opera, i possibili casi di applicazione includono: prove sulla creazione e autenticazione di provenienza; tutela dei diritti di proprietà intellettuale; controllo e tracciabilità della “catena d’utilizzo”; prove di originalità; gestione dei diritti digitali; tutela e applicazione degli accordi IP attraverso contratti intelligenti; trasmissione di pagamenti in tempo reale ai titolari dei diritti IP; anticontraffazione.

BLOCKCHAIN & IP

In merito alla specifica applicazione della tecnologia blockchain nell’ambito del diritto d’autore, bisogna partire dal presupposto che quando vengono caricate delle opere su Internet, risulta difficile mantenere il controllo sulle stesse e monitorare chi le sta usando e per quale scopo. L’uso della tecnologia blockchain come registro IP permette di tracciare la “catena d’utilizzo” dell’opera attraverso un sistema di licenze, sublicenze e assegnazioni, disabilitando contestualmente un licenziatario nel momento in cui risultano scaduti i suoi diritti. La blockchain offre un’opportunità di registrazione di un’opera digitale in modo irrevocabile e trasparente e conferisce agli autori delle prove sull’autenticità e la proprietà dell’opera stessa; inoltre, a causa dell’assenza di una regia di gestione centralizzata, l’invio di dati avviene in modo rapido, sicuro ed economico, snellendo la catena degli intermediari e registrando in modo indelebile tutte le tracce precedenti. La tecnologia blockchain permette di tutelare la paternità di un’opera attraverso l’inserimento nella stessa di un frammento di codice in cui sono registrate tutte le informazioni più importanti: autore, data di creazione, descrizione, licenze di uso; in tal modo si rende più difficile la contraffazione dell’opera stessa  e la conseguente perdita del relativo valore economico. Altri vantaggi dell’applicazione della blockchain in questo ambito sono: possibilità di effettuare micro-pagamenti con costi di transazione quasi nulli; trasparenza circa l’intero ciclo creativo-produttivo; gestione semplificata di eventuali iniziative di crowdfunding.  Oggi diverse società  si occupano di certificare il diritto d’autore tramite la tecnologia blockchain, offrendo servizi economici e veloci. Un esempio è Blockai, piattaforma che consente di trascinare il file da registrare sulla relativa interfaccia del sito, generando a quel punto un certificato che, grazie all’ID della transazione, non potrà essere contraffatto. Un altra piattaforma è Polline, la quale utilizza la tecnologia blockchain per tutelare la paternità dell’opera digitale; una volta inserito nella blockchain il contenuto da proteggere, Polline rilascia il certificato di paternità con ID della transazione e una data certa.

La funzionalità della blockchain nel tracciare chiaramente i diritti di proprietà intellettuale potrebbe trovare applicazioni anche nel campo dei marchi. In quanto database diffuso che conserva la traccia di ogni  operazione effettuata al fine di evitare possibili frodi, la tecnologia blockchain consentirebbe alle aziende di verificare se un potenziale marchio risulti identico o simile a marchi già esistenti; inoltre, si potrebbero raccogliere tracce circa l’uso effettivo di un marchio, informando immediatamente gli uffici competenti e riducendo così l’onere delle imprese di raccogliere le relative prove dell’uso; infine, avendo il potenziale per creare un sistema unificato di transazioni a livello mondiale, la blockchain potrebbe consentire l’implementazione di un “sistema di registro IP intelligente”, riconosciuto in diversi paesi e che potrebbe fungere da soluzione centralizzata per la registrazione e la conservazione di tutti gli eventi riguardanti la vita di un diritto IP registrato.

BLOCKCHAIN & IP

Un’altra caratteristica utile della blockchain sono i contratti “smart IP”, più comunemente chiamati contratti intelligenti, e che potrebbero migliorare la gestione delle vendite e delle concessioni di licenze  su di un’opera. Un contratto intelligente si basa su di un codice di programma che ha la capacità, in via del tutto autonoma, di far eseguire e rispettare un determinato contratto; ad esempio, in campo IP, permetterebbe di eseguire automaticamente delle licenze in caso di utilizzo di un’opera. I termini del contratto sono, quindi, pre-programmati, in modo da evitare ulteriori oneri e costi amministrativi a carico delle parti; si possono associare dei micropagamenti per l’utilizzo dei contenuti, consentendo ad un potenziale utente di effettuare un pagamento nei confronti dell’autore in cambio di questo utilizzo; di conseguenza, quest’ultimo può essere remunerato senza dover sostenere i costi elevati delle transazioni delle reti finanziarie esistenti. La piattaforma Ujo Music, ad esempio, ha implementato la tecnologia blockchain nel proprio modello di business per rettificare ciò che descrive come “inefficienza nell’industria musicale”; in una collaborazione con cantautrice britannica Imogen Heap, è stata infatti pubblicata la sua canzone “Tiny Human” su blockchain; in questo modo, gli utenti sono stati in grado di acquistare licenze per scaricare, trasmettere, remixare e sincronizzare la canzone tramite contratti intelligenti, con ogni pagamento suddiviso automaticamente sulla blockchain e inviato direttamente a Imogen Heap. Questo esempio dimostra come la tecnologia Blockchain sta trasformando il canale della distribuzione digitale, offrendo agli artisti degli strumenti per controllare e sfruttare meglio le loro opere creative ed ottenere una remunerazione equa ed efficiente.

Davanti agli scenari sopra descritti, si può ben comprendere quanto potrà risultare cruciale l’utilizzo della tecnologia blockchain nel prossimo futuro, offrendo un sistema affidabile e trasparente  che vieti ad ogni singola parte la possibilità di effettuare modifiche a quanto  già registrato. Non da ultimo, la stessa EUIPO ha più volte sottolineato l’importanza di esplorare il potenziale di tale nuova tecnologia in termini di garanzia dell’inalterabilità dei dati condivisi, offrendo così un’efficace azione di contrasto alle attività illegali ed un’adeguata forma di tutela dell’autenticità dei prodotti.

 

With thank to De Tullio&Partners.

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit

BREVETTI & SOFTWARE: IL CASO ALICE CORP.

PATENT & SOFTWARE: THE CASE ALICE CORP.

PATENT & SOFTWARE: THE CASE ALICE CORP.

The European Commission, in its Communication of 02.07.2014 (COM 2014 – 442 Final) defines Big Data as “large amounts of different types of data produced with high velocity from a high number of various types of sources. Handling today’s highly variable and real-time datasets requires new tools and methods, such as powerful processors, software and algorithms.“. In this perspective, the development of the physical and virtual infrastructures necessary to effectively carry out the above analysis activities, is of fundamental importance. This scenario of technological development has opened numerous debates on the intellectual property front, linked, above all, to find a balance between the protection of operators’ competitive advantage and the sharing of results, as main stimulus for the development of the sector. As well known, the computer programs are mainly protected by copyright; this one protects, in particular, the software, considered as a product of programming, the latter assimilated to an intellectual activity. However, this form of protection does not offer considerable stability, for two main reasons.

 

The first is the risk of the so-called “reverse engeneering“, which consists of going back from a program to its flow chart and, by this way, creating an entirely new one, which however performs exactly the same functions. Faced with this type of operation, copyright appears to be an unsuitable protection because it protects the software like a literary opera, warding only the “source code”, namely the set of instructions of the programming language; therefore, in presence of a different source code, even if the final result is the same, there is no copyright infringement. The other critical node is the requirement of originality that can easily be denied whenever the instructions in the code are required by the function. In America, from this point of view, an exemplary judgment of a greater rigidity of the Supreme Court, is the sentence of 21.03.1991 in the case Feist (Feist Publications, Inc., v. Rural Telephone Service Co., 499 US 340 – 1991 ); on this occasion the level of creativity required for software protection has been raised, thus leading to the overcoming of the Anglo-Saxon “sweet of the brown” approach, in which a database was primarily protected based on the effort economic profit and the consequent asset value of the investment. Starting from these copyright protection limits in software, in America people began to look carefully at patent law; in fact, unlike copyright, the patent on a software invention provides a broader protection, ranging from the programming language to the functionality of the algorithm, without limiting only to the source code. To rule the software patents’ granting procedure, in 2014 the Supreme Court issued the sentence in the case Alice (Alice Corporation Pty. Ltd. of CLS Bank International); on this occasion it was established that the patentability condition for this type of technology is that the invention should not be limited to contemplating a mere abstract idea but have to demonstrate a further inventive phase characterized by an applicative profile; in other words the possibility of patent protection is recognized, provided that the invention belongs to the technical world.

BREVETTI & SOFTWARE: IL CASO ALICE CORP.

Rebuinding the case,  Alice Corp is an Australian Company that holds four patents on electronic methods for financial trading systems in which the transactions between the two making payments parties are regulated by a third one; the aim of the latter is to limit the so called “settlement risk“, as the possibility, in a financial transaction, that the counterparty does not fulfill own delivery or payment obligations. Alice Corporation has been sued by CLS Bank International, a consortium of banks that manages billions of euros daily through transactions; CLS Bank International has requested the annulment of the four patents, basing own motivation on the assumption that the  utilization of an intermediary to protect the financial services exchanging and minimize the risk of non-compliance is a principle widely applied since a lot of years in all over world business; moreover, the implementation of an IT system aimed at applying a basic financial concept does not satisfy the requirements of  patentability. The Supreme Court is so called on to examine if the use of the computer makes the difference or not; in other words,  the question is to understand whether  it is a simple abstract idea, concretized through the aid of a software, or if it is an original invention capable of determining an improvement in the state of the art, through a digital performing. With the sentence of 2014, the Supreme Court ruled that software was not patentable because it was not found  the real added value and the concrete technical evolution offered by the patenting company. The Alice sentence has made the software patentability much more complex, considering no patent-elegible all those solutions consisting only in manipulations and resolutions of abstract or pure mathematical problems, without any technical-practical consequences. Conversely, no clear indications have been provided to define the category of the “abstract ideas“; this indeterminacy has caused a lot of difficulties among the lower courts, lacking appropriate legislative instruments to distinguish what constitutes a mere abstract idea and what represents an inventive concept.

This type of approach to software patentability is also traceable in the UE legislation, starting from the art 52 EPC; in this article, the legislator excludes the patent protection of software as such and recognizes the  importance of highlighting the further technical inventive effort in order to obtain the patent right. The EPO jurisprudence has applied the above mentioned principle on several occasions; an example is the decision T208 / 84 (Computer-related invention) of 15.07.1986 and the decision T1173/97 (Computer program product / IBM) of 01.07.1998. On both cases, the EPO underlines the importance of tracing a substantial technical contribution to the program created with respect to the state of the art. In order to provide guidelines, the EPO also published in 2009 a document entitled “Patents for software? European law and practice ” in which is described the criteria followed to evaluate the patentability of a software, first of all the scientific issues and the capability to solve a technical problem; unmarked this point, the other typical requirements of innovation, novelty are always essential.

 

In the light of above mentioned, we can well understand the complexity of a sector such as that of key technologies, characterized by very high costs for research and equally high possibility of failure; a sector that, nevertheless , seems to become the future frontier of industrial development; current trends see all companies concentrating own greatest investment and research efforts in the so called Industry 4.0; this paradigm involves a lot of realities such as the Smart Factory, the Internet of Things, Big Data, the Maker Movement and others. Industry 4.0 regards the technologies of the fourth industrial revolution, characterized by the “digitalization and interconnection of all production units present within an economic system” (Roland Berger, 2014); in this perspective, the progress will no longer towards the direction of the machines but of the software at the base of the machines; clearly,  in a such scenerio it is difficult to imagine business models without an adequate patent protection system protecting the inventions before putting on the market.

 

With thank to De Tullio&Partners.

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit