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Assessing the intangibles: socioeconomic benefits of improving energy efficiency

Assessing the intangibles: socioeconomic benefits of improving energy efficiency

Recently, an article has been published in the international journal Acta Energetica, summarising the results of the European IN-BEE project “Assessing the intangibles: socio-economic benefits of improving energy efficiency”, funded by Horizon 2020.

Novareckon, together with the University of Eastern Piedmont, participated in the project design and implementation, and it’s among the authors of this article.

Click here to read the article.

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Survey of Italian consumers on the “Sustainable tomato”

Survey of Italian consumers on the "Sustainable tomato"

Researchers, technical experts and farmers work together in TOMRES to develop environmentally friendly tomato cropping systems with less impact on natural resources. The TOMRES partners would like to learn more about how the solutions developed by the project towards the “sustainable tomato” may be of interest of an important actor of the value chain, the consumers. To this end, a first survey has been developed for Italian consumers by the partner University of Milano.

This survey, in Italian, may be completed online at the following link

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IL FENOMENO DEI LEGAL FAKE

IL FENOMENO DEI LEGAL FAKE

Il marchio è il segno distintivo che permette di contraddistinguere i prodotti ed i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese, concorrendo, in tal modo, a favorire uno sviluppo armonico della concorrenza. Il deposito rappresenta lo strumento per ottenere un diritto di protezione e per permettere al titolare una tutela monopolistica del medesimo; ne consegue che terze parti, nell’ambito di un’attività commerciale, non possono usare un segno identico o simile ad un marchio già protetto, con riferimento agli stessi prodotti o servizi tutelati ovvero a prodotti e servizi ad esso affini.   Con la registrazione, pertanto, il titolare ottiene il diritto di uso esclusivo del marchio e, contestualmente matura un diritto di veto negativo verso soggetti terzi; naturalmente, in base al principio di territorialità, un marchio attribuisce protezione solo nei paesi nei quali viene registrato.

E proprio facendo leva sul criterio appena enunciato che negli ultimi anni, in settori come la moda ed il food nei quali il brand Italia smuove svariati miliardi di Pil attraverso le attività di export, si è diffusa una pratica nota come legal fake. Tale fenomeno riguarda la condotta di soggetti che anticipano il titolare di un marchio originale nel deposito dello stesso, in un territorio nel quale il marchio in questione risulta conosciuto ma ancora non registrato; in tal modo, il soggetto in questione svolge la propria attività imprenditoriale in qualità di legittimo titolare e, contestualmente, sfrutta la notorietà già maturata dal marchio originale agli occhi consumatori spesso inconsapevoli.

Il fenomeno in questione è molto complesso e non rientrerebbe nella contraffazione vera e propria, in quanto non prevede la riproduzione pedissequa di prodotti originali, bensì la creazione di un vero e proprio business parallelo a quello del titolare del marchio originale; i casi più famosi sono le copie di quei marchi di moda streetwear come Supreme e Boy London. Il marchio BOY London, ad esempio, è stato una vera icona nel mondo  underground ed indossato negli ultimi trent’anni da ogni sottocultura; nel 2013 un’azienda italiana di Barletta avvia una produzione in massa di item chiaramente ispirati al brand inglese,  il tutto nel rispetto pieno delle regole. Il marchio “BOY LONDON Italia” è infatti registrato e reca quindi la scritta “originale” su tutti i capi regalati e venduti, aumentando la credenza da parte di chi l’acquista di comprare la linea originale da un semplice rivenditore sul territorio. Il logo ed il font utilizzati, tuttavia, sono diversi rispetto al brand inglese ma abbastanza simili da ingannare un occhio inesperto; i Legal Fakers hanno pertanto approfittato del vuoto di tutela nel singolo stato per sfruttare parassitariamente l’eco del successo che il prodotto contraddistinto ha sperimentato su altri mercati.

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Tuttavia, oggi la normativa nazionale attuale offre adeguati spunti per contrastare il fenomeno in giudizio; il Tribunale di Milano, in particolare, ha chiarito la necessità fondamentale di mantenere concettualmente distinti i marchi dai relativi prodotti e che la registrazione in Italia di un marchio identico ad un altro più noto ma non registrato nel nostro paese, non conferisce il contestuale diritto di copiare anche i relativi prodotti originalmente contraddistinti; in tal caso infatti si viene comunque a delineare una fattispecie di atto di concorrenza sleale confusoria, legata appunto ad un falso convincimento del pubblico circa l’origine e la provenienza dei prodotti, ovvero di atteggiamento parassitario, finalizzato a d un indebito sfruttamento della notorietà raggiunta dai prodotti imitati.

Fermo restando le preziose indicazioni fornite dalla giurisprudenza, rimane fondamentale oggi rimarcare l’importanza, specie per le aziende operanti nel settore della moda, di adottare un approccio cautelativo, prestando molta attenzione nella gestione del portafoglio dei propri segni distintivi e nella sorveglianza dei registri e del web in maniera tale da intercettare eventuali iniziative usurpative sul nascere.

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LA TUTELA DOGANALE SUI MARCHI E BREVETTI

LA TUTELA DOGANALE SUI MARCHI E BREVETTI

Le agenzie doganali svolgono un’importante attività nell’ambito della lotta alla contraffazione al fine di monitorare le merci immesse in un determinato territorio e di bloccare quelle sospette di essere in contraffazione di marchi, design, brevetti e altri diritti di privativa di soggetti terzi.

La tutela della proprietà intellettuale in dogana da parte delle Autorità doganali è disciplinata dal Regolamento (UE) n. 608/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 giugno 2013, relativo alla tutela dei diritti di proprietà intellettuale da parte delle autorità doganale che abroga il Regolamento (CE) n. 1383/2003, GUUE L 181 del 29.06.2013; tale regolamento precisa le modalità con cui il titolare di un diritto di marchio, brevetto, modello, design, diritto d’autore può richiedere alle Autorità doganali di livello nazionale ed in ambito comunitario di monitorare per un periodo di 12 mesi i propri prodotti, andando a bloccare le merci in ingresso di soggetti terzi ritenuti lesivi dei propri diritti di privativa.

Può richiedere l’intervento dell’autorità doganale il titolare di un diritto di proprietà intellettuale che sia valido in uno o più stati membri dell’Unione Europea. L’istanza nazionale può essere presentata sulla base di un titolo di proprietà industriale registrato a livello nazionale o con validità nello Stato di interesse; suddetta istanza viene quindi diretta all’autorità doganale del singolo Stato ed occorre nominare localmente un contatto amministrativo, al quale le autorità doganali possano inoltrare le informazioni relative a blocchi di merci contraffatte. L’istanza unionale, invece, può essere basata su titoli validi nell’Unione Europea e può essere diretta a tutte le autorità doganali di tutti gli Stati dell’Unione Europea o alcuni di essi; in tal caso può anche essere sufficiente nominare un solo contatto amministrativo.

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Per avviare la procedura di controllo dei propri beni protetti, è necessario presentare la relativa domanda all’Agenzia delle Dogane, unita alla copia dei relativi certificati di registrazione, nonché della Dichiarazione di Responsabilità. La domanda di intervento deve contenere prova della titolarità e validità del diritto nell’Unione Europea o nel territorio dello stato presso la cui dogana si presenta la domanda; nello specifico, le informazioni utili a tutelare le merci usurpative dagli originali, sono:

  • una descrizione minuziosa delle merci originali
  • il nome e l’indirizzo dell’operatore da contattare designato dal titolare del diritto
  • un elenco di produttori/distributori/licenziatari autorizzati
  • il paese o l’area geografica di possibile provenienza delle merci in violazione
  • i probabili destinatari delle merci in violazione e informazioni circostanziate sul tipo o le modalità della frode, se conosciute.

In caso di blocco di prodotti sospetti, l’autorità doganale informa prontamente il titolare o il contatto amministrativo indicato nell’istanza, inoltrandogli immagini ed informazioni sulle merci bloccate e concedendo un termine di dieci giorni (tre per le merci deperibili) per comunicare se si tratta di merci originali o contraffate; entro tale periodo il titolare del diritto deve avviare un procedimento giudiziario diretto ad ottenere la conferma da parte di un tribunale del sequestro delle merci contraffatte. Per la legge italiana, la violazione di diritti di proprietà intellettuale costituisce un reato; conseguentemente l’ufficio doganale italiano, quando riceve la comunicazione scritta in cui il titolare del diritto conferma l’esistenza della violazione, comunica la notizia di reato alla Procura della Repubblica che automaticamente avvia un procedimento penale. Nel caso in cui la merce fosse realmente contraffatta, l’agenzia delle dogane provvederà al sequestro di essa e ad avviare automaticamente un procedimento penale.

Il titolare del titolo di proprietà intellettuale contraffatto, ha inoltre il diritto di essere informato circa la provenienza e la destinazione della merce in modo da avviare anche un’azione nei confronti del destinatario finale.

La richiesta di intervento da parte dell’autorità doganale ha la durata di un anno, e può essere oggetto di rinnovo. Anche quando non sia stata presentata alcuna richiesta di intervento, se l’autorità doganale ha valide ragioni per sospettare che delle merci violino un diritto di proprietà intellettuale, essa può effettuare un intervento d’ufficio in assenza di una richiesta, invitando il titolare del diritto a fornire le informazioni necessarie per confermare o meno il sospetto.

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FOCUS: LE CONSEGUENZE DELLA BREXIT SULLA TUTELA DELLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE IN DOGANA

Quali gli effetti delle Brexit in materia? La Commissione Europea, a tal proposito, ha pubblicato alcuni documenti inerenti le conseguenze della Brexit sui marchi dell’Unione Europea, disegni e modelli comunitari, e sulle procedure doganali per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale. Tra i documenti pubblicati, si segnalano:

Withdrawal of the United Kingdom and EU rules for trademarks and Community Designs Pursuant to Regulation (EU) 2017/1001 on the European Union Trademark and Regulation (EC) No 6/2002 on Community Designs” (ripubblicato il 22 gennaio 2018); in tale documento si rende noto che i marchi europei registrati o in stato di domanda, ed i disegni e modelli comunitari registrati o pendenti prima del 30 marzo 2019 continueranno ad essere validi negli Stati Membri, ma non avranno più effetto nel Regno Unito.

Withdrawal of the United Kingdom and EU Rules in the field of Customs Enforcement of Intellectual Property Rights” (4 giugno 2018); in tale documento la Commissione Europea avvisa che, a partire dal 30 marzo 2019, non si applicheranno più al Regno Unito le norme UE in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale da parte delle autorità doganali.

Anche in Italia, gli “Aggiornamenti al Tavolo delle Associazioni di imprese e di commercianti 22 giugno 2018” della Direzione Generale per la Lotta alla Contraffazione (UIBM) hanno sottolineato che “Una nota del 4 giugno della DG Taxud (Fiscalità e Unione Doganale) della Commissione Europea richiama l’attenzione dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale sulle conseguenze della Brexit per l’efficacia delle regole doganali in materia di tutela dei diritti di PI a far data dal 30 marzo 2019, momento a partire dal quale il Regno Unito diventerà paese terzo e ogni legislazione primaria e secondaria della UE cesserà di avere effetto sul territorio britannico. Il Regolamento (UE) N. 608/2013 relativo all’enforcement dei diritti di PI da parte delle autorità doganali non potrà infatti più applicarsi al Regno Unito. La nota della DG Taxud in particolare richiama l’attenzione sulle domande unionali, ossia le domande presentate in uno Stato Membro con le quali si chiede alle autorità doganali di questo Stato membro e di uno o più altri Stati Membri di intervenire nei rispettivi territori per accertare la violazione o meno dei diritti di PI”.

Pertanto, da quanto appena esposto, si evince che gli effetti nei confronti del Regno Unito saranno, i seguenti: per quanto riguarda le domande unionali, a partire dalla data del ritiro, non possono più essere presentate al servizio doganale competente del Regno Unito; per quanto riguarda le decisioni di accoglimento delle domande unionali, a partire dalla data della Brexit, quelle dei servizi doganali del Regno Unito emesse quando questo era ancora uno Stato Membro non saranno più valide nei rimanenti Stati Membri; le decisioni di accoglimento adottate in uno dei restanti Stati Membri rimarranno valide nell’UE-27 anche se le Autorità doganali britanniche erano tra le Autorità doganali chiamate ad intervenire.

Italian Sounding

ITALIAN SOUNDING e tutela dell’agroalimentare made in Italy

ITALIAN SOUNDING e tutela dell’agroalimentare made in Italy

I prodotti alimentari made in Italy rappresentano un tassello fondamentale della nostra economia e contribuiscono in modo considerevole al flusso delle esportazioni nazionali. Tuttavia, nei supermercati di tutto il mondo, per ogni prodotto autenticamente italiano ne esistono diversi che contrabbandano false origini, andando a sfruttare immagini, denominazioni e marche che “suonano” come italiane.

Il fenomeno in esame si chiama Italian Sounding e consiste nel dare un’immagine italiana ad un prodotto agroalimentare di qualità che in realtà non è italiano; da un punto di vista pratico, si realizza tramite l’utilizzo, sulle confezioni di beni prodotti all’estero, di parole italiane, immagini (come ad esempio il Colosseo, la Torre di Pisa etc…), colori ed espressioni fuorvianti  che richiamano in modo palese la provenienza italiana di un prodotto; in tal modo, i consumatori esteri vengono indotti in errore circa l’origine di tali prodotti. Questi comportamenti sono spesso considerati leciti nei Paesi esteri interessati dal fenomeno, (come gli Stati Uniti) e, pertanto, sono difficilmente perseguibili e sanzionabili legalmente. A rafforzare la decettività dei messaggi, spesso le etichette vengono caratterizzate da un richiamo geografico a noti luoghi italiani, accompagnandolo, nella parte descrittiva, ad espressioni quali “genere”, “stile..”, “secondo la tradizione..”, “secondo la ricetta tipica..”.

Italian Sounding

Da un punto di vista giuridico, l’ Italian Sounding si differenzia dalla contraffazione; quest’ultima, infatti,  riguarda prevalentemente illeciti relativi alla violazione del marchio registrato, delle denominazioni di origine (DOP, IGP, ecc.), del logo, del design, del copyright, fino ad arrivare alla contraffazione del prodotto stesso, con implicazioni di carattere produttivo e notevoli difficoltà nella tracciabilità della filiera che determinano conseguenze gravi legate all’uso di ingredienti nocivi per la salute ovvero al ricorso di procedure di produzione e/o conservazione non idonee. Se la contraffazione può essere legalmente impugnabile e sanzionabile, la stessa cosa non vale per l’ Italian Sounding; quest’ultimo, a differenza della contraffazione, si sostanzia pertanto in un fenomeno meramente evocativo, in un richiamo alla presunta italianità del prodotto che non trova fondamento nel prodotto stesso e che induce il consumatore ad associare erroneamente il prodotto locale a quello autentico italiano. I prodotti italiani più colpiti sono: formaggi, in particolare quelli tipici, pasta, alimentare e fresca, sughi per pasta, pomodori pelati e conserve di pomodori, olio d’oliva, aceti, salumi e affettati, vino, aceto balsamico, pizze surgelate fino alla polenta. Tra i più famosi esempi di Italian Sounding abbiamo Parmesan, che imita il Parmigiano Reggiano, Mozarella, che viene falsamente veicolata come mozzarella di bufala, Salsa Pomarola, venduta in argentina, Zottarella prodotta in Germania, e Spagheroni olandesi.

Un punto fondamentale nella lotta al fenomeno dell’ Italian Sounding è stato ottenuto in UE quando, nel dicembre 2014, è divenuto applicabile il nuovo Regolamento UE 1169/2011 sull’informazione al consumatore, grazie al quale è possibile implementare una più efficace azione di contrasto.  La normativa stabilisce che l’indicazione d’origine dell’alimento debba essere obbligatoriamente apposta in etichetta nel caso in cui “l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento, in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta nel loro insieme potrebbero altrimenti far pensare che l’alimento abbia un differente paese d’origine o luogo di provenienza“.

In Italia, per combattere il fenomeno dell’Italian Sounding, Federalimentare è stata direttamente impegnata su numerosi tavoli di lavoro e ha preso parte a molteplici iniziative in stretto coordinamento con Ministeri, Istituzioni, ed Enti pubblici e privati. In diverse occasioni Federalimentare ha presentato una proposta articolata in 4 punti sostanziali:

  • potenziamento degli strumenti normativi e costituzione di una rete di studi legali di riferimento a carico dell’Amministrazione Pubblica;
  • inserimento di clausole a tutela dei prodotti (quali, ad esempio, marchi, Denominazioni di Origine e Indicazioni Geografiche) all’interno degli accordi bilaterali di libero scambio, nonché clausole che vietino l’evocazione;
  • potenziamento della partecipazione a manifestazioni fieristiche e rafforzamento delle relazioni con i principali attori della GDO al fine di garantire l’ingresso e la permanenza sui mercati esteri di prodotti autenticamente italiani;
  • realizzazione di campagne di informazione e comunicazione, nonché eventi divulgativi finalizzati a promuovere il vero valore del prodotto “realmente” made in Italy ed incrementare la tutela del consumatore finale.
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Sempre in Italia, un’altra iniziativa importante nell’ambito del contrasto al fenomeno è  l’App Authentico che, tramite la scansione del codice a barre presente sulla confezione, permette di sapere istantaneamente se il prodotto è autentico Made in Italy o se si tratta di una banale imitazione. Questo strumento, completamente gratuito, fornisce inoltre informazioni sulla provenienza, il  produttore, i punti vendita e, nel caso di un falso Made in Italy, consente di inviare un’opportuna segnalazione agli altri utenti al fine di evitare il reiterarsi dell’inganno.

Tutelare l’italianità richiede pertanto una politica di ampie vedute che valorizzi le risorse e la capacità attrattiva del nostro Paese e promuova un approccio sinergico basato su collaborazioni strette e operative tra istituzioni pubbliche, mondo associazionistico e soggetti privati. Come Federalimentare, infatti, anche il resto delle autorità di controllo come delle associazioni dei consumatori hanno il diritto e il dovere di impegnarsi in adeguate iniziative volte a veicolare i pregi dell’italianità agroalimentare e riducendo, in tal modo, la distorsione del concetto di “prodotto italiano” e di “cucina italiana”, contrastando la conseguente perdita di immagine della nostra cultura eno-gastronomica nel modo.

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Startup Ally – Club deal ed equity crowdfunding

Startup Ally, alleanza tra cinque realtà di consulenza societaria, legale ed economica rivolta alle start up ed agli imprenditori impegnati in progetti di impresa innovativa, è lieta di invitarti al secondo appuntamento del ciclo di incontri dedicati a temi di grande interesse per il mondo delle startup: contributi pubblici e agevolazioni fiscali, work for equity, equity crowdfunding e club deal.

L’incontro, gratuito e seguito da un light lunch per conoscerci meglio, si terrà a partire il 15 Novembre in Via dell’Annunciata 21, Milano.

Scarica qui l’invito all’evento e iscriviti mandando una mail a: hello@startupally.co

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PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI (PAT)

PRODOTTI AGROALIMENTARI TRADIZIONALI
(PAT)

Vengono definiti PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) i prodotti agroalimentari caratteristici di un territorio e che, alla luce di una produzione tradizionale locale, consolidata e costante, meritano di trovare una valorizzazione sul mercato. Parliamo di produzioni di nicchia, riguardanti aree geografiche limitate, caratterizzate da un’offerta tendenzialmente stagionale e che non hanno una forza tale da entrare nei circuiti della grande distribuzione.

 

I PAT  vengono istituiti ai sensi dell’ art. 8, comma 1 del D.lgs n.173 del 1998, il quale sancisce l’importanza della valorizzazione del patrimonio gastronomico ed introduce la nozione di prodotto tradizionale quale tipologia di prodotto destinato alla dieta umana e strettamente condizionato da fattori come la tradizione, il territorio, le materie prime e le tecniche di produzione; la denominazione PAT, in altri termini, offre al consumatore garanzie in termini di tipicità del prodotto, legandone la produzione e lavorazione alle specifiche metodiche tradizionali. Nel 1999, il MiPAAF, con il DM n.350 del 08/09/99 ha emanato il Regolamento recante le norme per l’individuazione dei prodotti agroalimentari tradizionali di cui all’art.8 del D.lgs n.173 del 1998 e ha delegato alle regioni il compito di istituire appositi elenchi regionali, limitandosi, pertanto, ad un’attività di solo controllo (mediante l’istituzione di un apposito elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali e aggiornato annualmente con il contributo delle regioni).

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Requisito fondamentale per un prodotto al fine di essere riconosciuto come Prodotto Agroalimentare tradizionale (PAT) è quella di essere ottenuto “ con metodi di lavorazione, conservazione e stagionatura consolidati nel tempo, omogenei per tutto il territorio interessato, secondo regole tradizionali, per un periodo non inferiore ai venticinque anni ”.

 

Comune a livello nazionale, è la suddivisione dei prodotti agroalimentari tradizionali nei seguenti settori:

  • Bevande analcoliche, distillati e liquori
  • Carni (e frattaglie) fresche e loro preparazioni
  • Condimenti
  • Formaggi
  • Grassi (burro, margarina e oli)
  • Paste fresche e prodotti di panetteria, pasticceria, biscotteria e confetteria
  • Piatti composti

Per ciascun prodotto tradizionale viene compilata una scheda identificativa con i seguenti elementi:

  • categoria;
  • nome del prodotto, compresi sinonimi e termini dialettali;
  • territorio interessato alla produzione;
  • descrizione sintetica del prodotto;
  • descrizione delle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura;
  • materiali, attrezzature specifiche utilizzati per la preparazione e il condizionamento;
  • descrizione dei locali di lavorazione, conservazione e stagionatura;
  • elementi che comprovino che le metodiche siano state praticate in maniera omogenea e secondo regole tradizionali per un periodo non inferiore ai 25 anni.
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La richiesta di riconoscimento di un prodotto come tradizionale e il relativo inserimento nell’elenco regionale, può essere inoltrata da enti pubblici e privati, purché corredata da apposita documentazione storica e tecnica.

 

Per quanto concerne la registrazione, il Decreto Ministeriale 18 luglio 2000 intitolato “ Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali ” in base al dettato dell’art. 5 stabilisce che “ il nome di ciascun prodotto, il suo eventuale sinonimo o termine dialettale non può costituire oggetto di deposito o di richiesta di registrazione, ai sensi della vigente normativa comunitaria e nazionale sulla proprietà intellettuale e industriale, a decorrere dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ”.  Rimane, tuttavia, da chiarire la gestione di eventuali marchi che contraddistinguono prodotti inseriti negli appositi elenchi regionali ma che sono stati oggetto di regolare registrazione prima della pubblicazione del Decreto Ministeriale in questione.

 

La legislazione inerente i prodotti agroalimentari tradizionali non deve essere confusa con quella inerente la tutela delle varie specialità gastronomiche che  rientrano sotto le produzioni DOP e IGP. Il regolamento comunitario sulle denominazioni d’origine (Reg. CEE del Consiglio 2081/92 del 14/.07.92), infatti, rimane sempre il principale quadro giuridico di riferimento  per la valorizzazione dei grandi prodotti tipici italiani e per tutte le iniziative di espansione e promozione delle produzioni agroalimentari mediterranee. La normativa sui PAT, invece, va a tutelare quel complesso e variegato mondo di produzioni tradizionali caratterizzate da elementi difficilmente assoggettabili ai parametri comunitari, frutto del lavoro di micro filiere di piccola dimensione e il cui processo produttivo non consente di riunire i produttori in veri e propri consorzi. Alla luce di quanto appena esposto, quindi, i prodotti tutelati come DOP e IGP non vanno inseriti nei vari elenchi regionali PAT e qualora un prodotto venga registrato come tale successivamente al suo inserimento nell’elenco i questione, verrà da quest’ultimo depennato.

 

Fabiano DE LEONARDIS

Intellectual Property Unit

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#iDistributedPV deliverable “D2.1. The most promising distributed solar PV solutions” is now available for download at the iDistributedPV website (www.idistributedpv.eu) library. It describes eight promising prosumer solutions in Europe (homeowner, company as investor, contractor concept, municipal buildings, controllable load, multi-family house, community storage, virtual power plant) and proposes technical designs for the solutions, which will be analyzed in detail in the course of the project.

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